enthusiast about photography
da SX- Umberto Servidati (pres.CCTS), Sebastian Nicoli (sindaco), Laura Predolini (fotografa di NESSUNO[press]), Andrea Tognoli (cofondatore di PhotoGarage), Simone Biava (Direttore tecnico nazionale paralitica di Triathlon), Michele Ferrarin (argnento Pratriathlon RIO2016), Veronica Yoko Plebani (finalista canoa KL3 RIO2016), Roberto Bano (cofondatore PhotoGarage), Matteo Annovazzi (pluripremiato triathlete riminese) e in bassi Emanuele Broli (fotografo di NESSUNO[press]).
FOTOGRAFIA di Nicola Tognoli

La serata ParaRio2016, organizzata da PhotoGarage, come ultimo evento di questo primo anno di attività, per la presentazione del progetto Paralimbiadi di NESSUNO[press] e con la partecipazione di prestigiosi atleti paralitici; è stata ancora una volta un grande successo.

Siamo partiti dalla fotografia, per raccontare la storia di persone speciali, che poi abbiamo conosciuto e con le quali abbiamo chiacchierato in una clima che da subito è stato amichevole.

Emozionanti le testimonianze di Veronica Yoko Plebani, di Michele Ferrarin, di Matteo Annovazzi, di Simone Biava. Davvero gradevole l’intera serata.

Ancora una volta abbiamo dimostrato che la fotografia non è fatta solo da concorsi, mostre, e corsi fotografici; la fotografia è anche e soprattutto uno stile di vita, un’ esperienza, un canale attraverso cui incanalare energie e vivere bellissime esperienze.

Questo primo non di PhotoGarage, progetto in cui ho, abbiamo, fortemente creduto, nella sua forma e nella sua sostanza; sta pian piano assumendo un aspetto sempre più concreto. La sintonia non è ancora completa per tutti coloro i quali hanno deciso di farne parte, qualcuno forse rimarrà sempre in dimensioni parallele alla nostra, ma sono sicuro che chi vorrà continuare a crederci avrà delle grandi soddisfazioni. Il prossimo anno è davvero l’anno in cui la sostenibilità di questo progetto si rivelerà o negherà in modo palese e di conseguenza se ne determinerà la stessa vita.

Intanto grazie a tutti per aver regalato a Romano, agli appassionati di questo bellissimo stile di vita, a tutte le persone le quali hanno voluto andare oltre, fare il passo in più; tre serate eccezionali: Sergio Ramazzotti, Efrem Raimondi e ParaRIO2016.

Nella fotografia, gentilmente fornita da Nicola Tognoli siamo ritratti da sx: 

Umberto Servidati (pres.onorario di CCTS), Sebastian Nicoli (sindaco), Laura Predolini (fotografa di NESSUNO[press]), Andrea Tognoli (cofondatore di PhotoGarage), Simone Biava (Direttore tecnico nazionale paralimpica di Triathlon), Michele Ferrarin (argnento Pratriathlon RIO2016), Veronica Yoko Plebani (finalista canoa KL3 RIO2016), Roberto Bano (cofondatore PhotoGarage), Matteo Annovazzi (pluripremiato triathleta romanese) e in bassi Emanuele Broli (fotografo di NESSUNO[press]).

 

Albino Previtali

Albino soffre di claustrofobia e ha il terrore dei bombardamenti. Da quel giorno, quando stava lavorando in fabbrica a Dalmine e un bombardamento ha ferito lui e ucciso un sacco di operai.
Ora, in quella stramaledetta cella, ogni volta che arrivano a gli aeroplani a bombardare Milano, li costringono a stare li ammucchiati a terra, avvinghiati e uno sopra l’altro, e lui non respira, si sente soffocare e ha paura di morire.
Per fortuna quella sera uno dei suoi carcerieri ha pietà di lui e gli ordina di aiutarlo a portare il secchio della sbobba per dare da mangiare ai prigionieri. Partigiani di tutte le età e provenienti da tutta Italia. Uomini e donne rinchiusi, maltrattati e torturati nel carcere di San Vittore. Qualcuno di loro  é a dir poco devastato dalle torture dei nazifascisti e dei tedeschi.
Anche Albino è un partigiano; è scappato da Dalmine dopo il bombardamento e si è unito alla sua brigata per combattere i fascisti; per la libertà.
Poi qualcuno ha tradito e li hanno presi tutti.
Albino Previtali @andrea::tognoli

Albino Previtali
@andrea::tognoli

Ora è lì in piedi impaurito, con il secchio della sbobba in mano, mentre aprono la porta dell’ala femminile del carcere di San Vittore. Proprio nella prima cella una donna si avvicina a lui e al suo carceriere e mostrando un seno straziato dalle torture chiede loro aiuto e pietà.
Albino pensa in continuazione a questo episodio: “anche quello mi hanno tolto !”, pensa, “la prima volta che ho visto il seno di una donna è stato li, e ho visto la sofferenza invece dell’amore”. La prigionia, la guerra, i nazifascisti gli avevano portato via l’amore. Gli avevano portato via l’amore, ma non sarebbero riusciti a portargli via la libertà.
La libertà ha vinto, la Resistenza ha sconfitto il nazifascismo e l’Italia é stata liberata.

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Vitali Pierina Maria (Piera)

Dal finestrino del torpedone Piera guarda sfrecciare nella notte la pianura lombarda.

Ha i capelli castani, così chiari che sotto i raggi del sole mandano dei raggi biondi, e due occhi azzurri e stupiti che scrutano quell’orizzonte che si fa nuovo ma mano che ci si allontana da Milano. La si potrebbe scambiare per una bella ragazza di ventun anni che parte per un viaggio, per amore o per lavoro poco importa, per assaggiare la sua giovinezza e quel mondo tormentato che, nel 1944, non era poi così grande; invece se la si fosse guardata meglio si sarebbe notata la borsa logora al collo, la vestaglia del carcere che le arrivava alle ginocchia e forse negli occhi un osservatore attento avrebbe potuto intuire dei lampi di coraggio e l’ingenuità di quei ventun anni, compiuti pochi giorni prima a San Vittore.

In prigione ci era finita una manciata di settimane dopo la strage di piazzale Loreto dove, il 10 agosto 1944, quindici partigiani prelevati dal carcere erano stati assassinati dai militari dell’ RSI e i loro cadaveri esposti al pubblico. Nelle celle di San Vittore erano rinchiusi tanti compagni di lotta.  Piera era tra le ragazze più giovani laggiù quindi, in molti, l’avevano presa a cuore: come la dottoressa Bovelli, la direttrice del sanatorio, che riusciva sempre a trovare il modo di farle arrivare un poco di cibo in più, o le mogli dei partigiani, che venivano arrestate e trattenute per alcune settimane, per far da esca sperando che i mariti si costituissero, che la trattavano come una figlia a cui badare.

Dal canto suo Piera cercava di aiutare le donne in difficoltà che incontrava quotidianamente; ad una compagna di cella che doveva essere deportata in un campo di concentramento aveva donato tutti i suoi indumenti di lana; per questo ora, sul torpedone, nella sua borsa custodiva solo un asciugamano.

Anni dopo Piera si sarebbe ricordata del carcere come un posto in cui ci si voleva bene e, anzi, si stava quasi bene. Quando l’avevano portata lì ancora non lo sapeva; non sapeva che si sarebbe ritrovata circondata dall’affetto dei suoi compagni.

L’avevano presa a novembre. Era ricercata dappertutto come “la biondina della Val Taleggio”, dipinta come una pericolosa brigantessa e lei, che a diciannove anni già sapeva molto della guerra, per fascisti e nazisti era pericolosa davvero.

Il perché quella ragazzetta mingherlina fosse diventata una pericolosa latitante è presto detto: le era stata assegnata la missione di catturare Dick,  un ufficiale della Gestapo, e lei lo aveva fatto. La casa di Dick, a Sant’Omobono, era una grande villa dirimpetto alla caserma delle Brigate Nere. Come fare?

Il piano era pittoresco quanto geniale: Piera si sarebbe travestita da contadina e, con la scusa di dover consegnare delle formaggelle, sarebbe entrata in casa e avrebbe disarmato Dick. Il giorno del sequestro le tremavano le mani e gli occhi andavano in continuazione a controllare la pistola, nascosta nella cesta piena di formaggi; con il fiato corto bussò alla porta della grande casa e tutte le paure e le incertezze che le affollavano la testa sparirono non appena vide apparire sull’uscio  una divisa SS linda e stirata che aveva al suo interno l’uomo che aveva fatto deportare tanti e tanti abitanti della valle Imagna.

Una volta catturato Dick lei e i suoi compagni avevano concluso uno scambio riuscendo a liberare alcuni degli arrestati durante un rastrellamento.

Piera era così orgogliosa di essere riuscita, sola, nella missione, e ne parlava ridendo con gli amici sulle montagne. Aveva capito di essere una donna forte, piena di sangue freddo e determinazione, e ne era fiera.

Vitali Pierina Maria (Piera)

Vitali Pierina Maria (Piera)

Poi era stata arrestata.

A Primaluna, in Val Sassina, da tempo si temeva un rastrellamento e a Piera era stata affidata la moglie di un comandante partigiano con l’ordine di portarla in salvo.

Mentre scendevano a valle, lungo la strada un posto di blocco. Piera non aveva documenti: era ricercata ovunque e l’ultima cosa che voleva era farsi riconoscere. Subito venne portata alla caserma, mentre tentava di stracciare, distruggere e far sparire per sempre la lettera di presentazione che avrebbe dovuto fornire alla brigata partigiana da cui si stava dirigendo. I tentativi furono vani, Piera venne identificata proprio come quella biondina che da giorni i nazifascisti cercavano in ogni paese dalla Val Taleggio alla Val Sassina.

Poi era stata torturata.

Con la schiena contro il muro i fascisti si divertivano a fare a gara a chi le sparava più vicino, mentre lei cercava di non muoversi e di non piangere. Volevano sapere i piani della brigata a cui lei apparteneva, l’86a Garibaldi, ma tutto quello che Piera  sapeva lo aveva nascosto in un angolino del cuore dove non si poteva arrivare né con gli spari né con gli schiaffi, e nessun insulto o minaccia, nemmeno il peggiore, potevano sbrogliare quel nodo alla gola che le faceva tenere ben strette le parole preziose dette con i compagni qualche giorno prima.

Le belve fasciste si erano stancate delle torture prima che lei cedesse.

Dopo c’era stato il carcere di Monza, e poi San Vittore, e alla fine questo torpedone che la stava portando verso un campo di internamento, circondata da facce rassegnate e assenti. Gli occhi di Piera incrociano lo sguardo dell’uomo alto seduto di fronte a lei: sono occhi vispi e attenti, scattano da una parte all’altra del pullman, instancabili.

Lei sorride mentre il lago di Garda fuori da finestrino le riempie gli occhi di azzurro.

L’uomo alto si guarda attorno, poi solo un fragore di vetri e nell’arco di pochi secondi lui e altre due persone sono sparite lanciandosi dal finestrino. Piera guarda quel varco verso la strada, non pensa nemmeno e si butta:

non è ancora venuto il momento di rinunciare alla libertà.

(di Elisa Iscandri)

La seconda partigiana che vi ho presentato, sempre con un racconto di Elisa Iscandri, è una donna con un’energia devastante, nonostante la sua non più tenera età. Ho conosciuto la Piera a casa sua in un soleggiato pomeriggio primaverile. Il sole che entrava dalla finestra le illuminava il viso e faceva splendere la sua invidiabile bellezza. La sua testimonianza rende merito a tutte le donne che parteciparono alla lotta per la liberazione dalla tirannia nazifascista. Furono molte e il loro coraggio e la loro determinazione diedero un contributo fondamentale alla vittoria partigiana.
La sua biografia è ancora una volta di Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Piera.

PIERA VITALI “LA BIONDINA DELLA VAL TALEGGIO”
Nata in una minuscola contrada della Val Taleggio, Piera Vitali si avvicinò all’86.ma brigata Garibaldi “Issel” operante in Valle seguendo il fratello Vitalino che della brigata era commissario politico.
Coraggiosa, e forse inconsapevole dei rischi che correva, si prestò a fare la staffetta, tenendo i collegamenti con i vari nuclei della brigata e con i partigiani della Valsassina.
L’operazione che l’ha resa famosa per l’audacia che la caratterizzò, fu la cattura di un grosso esponente della Gestapo di stanza a Monza, il colonnello Dick, condotta a termine l’8 ottobre 1944 grazie al determinante contributo della Piera.
Il movimento partigiano aveva deciso di catturare Dick perché, dirigente di uno stabilimento, aveva inviato molto spesso in Germania manodopera considerata a lui inservibile, inoltre i comandanti della “Issel” ritenevano di potersene servire per lo scambio con prigionieri partigiani in mano ai nazifascisti. Dick abitava a Sant’Omobono Imagna, in una villa posta di fronte alla caserma della Brigata Nera e per questo era difficile sequestrarlo. La sua cattura fu possibile grazie allo stratagemma della Piera che entrò armata nella sua casa, fingendo di essere una contadina che gli portava delle forme di taleggio, e riuscì ad arrestarlo, consegnandolo poi ai compagni.
Effettivamente Dick, una volta nelle mani della brigata, divenne preziosa merce di scambio con alcuni partigiani catturati dai nazifascisti durante il rastrellamento del12 ottobre. Liberato grazie allo scambio, Dick tornò al suo lavoro a Monza.
La Piera subirà invece le conseguenze della sua audace azione: attivamente ricercata come la “biondina della Val Taleggio” venne arrestata all’inizio di novembre durante una missione a Introbio. Verrà riconosciuta proprio da Dick come responsabile del suo sequestro e imprigionata.
Dopo un periodo di dura detenzione nelle carceri di Monza e di San Vittore, fu inviata in un campo di concentramento tedesco, ma durante il viaggio ebbe modo di dimostrare ancora una volta il suo coraggio: nei pressi di Malcesine il pullman che la stava trasportando in Germania ebbe un incidente e la Piera, assieme ad alcuni compagni riuscì fortunosamente a scappare e a tornare a Bergamo, da dove poi raggiunse la sua Valle per riprendere la lotta partigiana.

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Fuì

Giuseppe si è svegliato presto oggi, l’alba è ancora lontana ma lui non riesce più a prendere sonno; fuori dalla finestra socchiusa la primavera comincia a svegliarsi nella valle e l’aria è gelida e frizzante: è aria di festa. Già da qualche giorno San Giovanni Bianco è in fermento: le donne rattoppano i vestiti sfatti dalla guerra mentre gli uomini si prodigano nei campi o recuperano le scorte di cibo nascoste da tempo in cantina.

Le persone hanno ripreso a passeggiare fino a tarda sera per le strade, niente più coprifuoco, e non mancano mai di elargire grandi sorrisi a Giuseppe quando lo incontrano, per caso, lungo la loro via; così lui si trova a sfilare puntualmente tra i cappelli sollevati dei gentiluomini e le risate cristalline delle ragazze. Dentro di sé anche lui ride, e nella sua risata non c’è solo gioia: c’è la beffa, c’è l’amarezza, ma anche il sollievo di una guerra finita.

É il 25 aprile 1945, tra i mille pensieri Giuseppe Giupponi, 15 anni, si rigira nel letto. Sarà davvero una giornata di gran festa, e lui verrà portato in trionfo, come un piccolo grande eroe, tra tutti i suoi compagni; perché Giuseppe è un partigiano. Si ritrova ad immaginarsi un lungo corteo festante che arriva fin davanti al municipio, attraversando il ponte sul Brembo; la folla che grida forte il suo nome, gente che arriva da Fuipiano e San Pietro e si riversa festosa nella piazza cantando bandiera rossa…

Ma che ne sa la folla? É davvero un eroe lui? Per tutto il tempo che è stato lassù sulle montagne ha avuto paura, una fifa nera, anzi no, non una paura ma tante: la paura di morire, di essere torturato, di essere catturato e internato in un campo di concentramento, di essere tradito dai suoi stessi compagni, o da una bella ragazza incontrata sul sentiero. Paura di dover sparare e uccidere, di nuovo.

Hanno paura gli eroi?

Giuseppe Giupponi Fuì

Giuseppe Giupponi Fuì

Allunga la mano e da sotto il letto estrae un cappello militare, uno dei trofei che ha portato dalla montagna, insieme allo sten e a una pistola steiner senza proiettili.

Il cappello è troppo grande per lui, in tessuto scuro, al centro, scintillante, una stella rossa di stoffa era stata cucita sopra un teschio di metallo. Orgoglioso ripensa a come se l’è guadagnato, e gli occhi si velano di pianto. Erano le otto del mattino, quel 27 giugno 1944, il suo primo giorno come parte integrante dell’86a Brigata Garibaldi “Issel”, attiva in Val Taleggio. Uscì di casa senza salutare la mamma e il papà, con un pacco di lettere nascosto sotto la camicia. Consegnare la posta dei compagni fermi sulle montagne era il suo primo incarico ufficiale. La brigata era un po’ come una seconda famiglia, un gruppo di amici che badava a lui, il più piccolo della compagnia, mentre lui imparava da loro come si diventa adulti. Gli avevano dato anche un nuovo nome, non il Bepi dolce che usava la mamma, un nome di battaglia: Fuì, faina, perchè grazie al corpo di fanciullo era il più agile e veloce dei partigiani della Val Taleggio. Dal ciclista del paese prese in prestito una bicicletta scassata e si avviò, accompagnato all’orizzonte dal Cancervo e dal Sornadello e con il torrente Enna, roboante e pauroso, che gli scorreva accanto, poi un posto di blocco. Di fronte a lui un uomo bello e alto, con un cappello fascista ma una divisa sporca, rattoppata e lo sten senza calcio stretto tra le mani: “Dove vai?” chiese. Attorno a lui gli altri partigiani ascoltavano curiosi. Fuì mostrò il dispaccio che lo qualificava come staffetta e un giovane, Bruno, gli prese la bicicletta e si incaricò di consegnarlo al comandante.

Che giornata era stata! Aveva conosciuto tutta la brigata, una sorta di ciurma piratesca che parlava i più svariati dialetti lombardi. Con loro aveva mangiato un minestrone raffazzonato, cucinato dal caporale Manzù, riso e cantato. “Com’è che porti un cappello fascista?” “Apparteneva a un povero brigatanerista che accalappiai durante una missione notturna, ho solo cucito una stella rossa sopra quella brutta testa di morto!” “Piacerebbe anche a me averne uno…” ; “Se è solo per questo te lo prometto ! Prima o poi mi capiterà sotto mano un fascista, o meglio ancora un crucco…”

E le ore erano passate co leggerezza fino all’arrivo della notizia: i fascisti avevano programmato un rastrellamento per l’indomani e a Rino e i suoi sarebbe toccato di riceverli. L’aria si fece tesa, nuvole nere offuscarono il cielo, era ora per Fuì di ritornare a casa. Mentre lo accompagnava lungo il sentiero Rino gli chiese di andare dalla moglie a Villa d’Almè, per favore, e dirle di rimandare la sua visita in Val Taleggio. Prima di salutarlo schioccò un grosso bacio sulla sua fronte: “portalo da lei.” disse, mentre sulla guancia di Fuì scorreva, chi può dirlo, una lacrima del capoblocco o un goccia di pioggia; “E tu ricordati la promessa del cappello!”, fu l’ultima raccomandazione della staffetta mentre prendeva a sfrecciare verso il paese e Rino, alle sue spalle, lo rassicurava.

A Villa però la moglie di Rino non c’era, Bepi allora se ne tornò a casa dove la mamma preparava la cena e il papà leggeva il Corriere dal titolo “Torna in Italia la Monte Rosa”.

Alle tre di notte un gran baccano svegliò tutta la famiglia: le strade erano piene di autocarri, motociclette, camion e autoblindo. Seguendo la scia luminosa dei fari in colonna era chiaro che si dirigevano sopra la Roncaglia, verso il rifugio di Rino e dei suoi compagni. Si rimise a letto e si addormentò, sognando le imprese eroiche dei pirati della Val Taleggio.

Alle sette uscì di casa; capannelli di persone, sul ciglio della strada, parlavano di un rastrellamento. I tedeschi erano tornati e pure i fascisti avevano lasciato le montagne. Fuì e alcuni amici, curiosi e preoccupati per l’esito dello scontro, partirono senza perdere un secondo verso il rifugio partigiano. Pedalando sempre più veloce superarono la Roncaglia, e poi più in là il punto in cui Rino gli aveva promesso il cappello la prima volta, e più Giuseppe proseguiva, più aumentava la paura, tramutandosi in vertigine, finché non fu costretto a proseguire a piedi sul sentiero. Ad un tratto un grido: “Sono dei nostri!”, li accolse. Ecco i compagni! Gli corse in contro e li abbracciò, erano dodici e Rino non era tra loro.

Eccolo poco più in là, disteso a terra con gli occhi socchiusi puntati verso il cielo, una stella rossa color del sangue gli brillava sul petto. Fuì guardò la stella, le forze lasciarono le sue gambe e gli occhi smisero di vedere. Rino e Manzù erano rimasti, soli contro l’esercito di uomini in divisa nera, per cercare di bloccarne l’avanzata e permettere agli altri partigiani di ritirarsi: entrambi erano caduti.

Quando rinvenne si trovò di fronte una donna bella la cui voce lo accarezzò nel risveglio; gli porgeva il cappello del capo: “Tieni, ricordalo sempre il mio Rino.”. Gli altri le avevano raccontato la promessa.

Fuì l’abbracciò, le diede quel bacio forte che Rino gli aveva affidato appena il giorno prima, e che aveva conservato per lei, e pianse, pianse così tanto che la paura, per qualche momento, se ne andò via.

(di Elisa Iscandri)

***

Il primo partigiano che vi ho presentato, attraverso il bellissimo racconto di Elisa Iscandri, è Giuseppe Giuppponi; nome di battaglia Fuì.
Tarcisio Bottani; scrittore, giornalista e amico personale di Fuì è autore invece della sua biografia che potete leggere di seguito.
Quando ho conosciuto Fuì purtroppo era già sofferente e di lì a poco è venuto a mancare. Per questo motivo, per rendergli omaggio e dargli uno spazio d’onore in questo progetto, voglio cominciare da Lui. Ciao Fuì e grazie.

Giuseppe Giupponi, nato nel 1929 a San Giovanni Bianco, a quindici anni lasciò la scuola per unirsi ai partigiani dell’86ª Brigata Garibaldi operante in Val Taleggio.
Dopo la Liberazione, completati gli studi, divenne maestro elementare, attività che svolse al suo paese per oltre trent’anni.
Contemporaneamente intraprese la politica attiva: dopo un periodo di iniziale militanza nel Partico Comunista Italiano, se ne distaccò a seguito dei fatti d’Ungheria per aderire, nel 1965, al Partito Socialista Italiano.
A partire dagli anni Sessanta fu costantemente consigliere comunale e capogruppo socialista nel comune di San Giovanni Bianco, costantemente all’opposizione in Amministrazioni guidate da giunte sostenute dalla Democrazia Cristiana.
Fu quindi per vari mandati consigliere socialista nell’Amministrazione provinciale, sempre all’opposizione di maggioranze democristiane, e consigliere nell’Assemblea della Comunità Montana della Valle Brembana.
Dagli anni Ottanta divenne un esponente di punta del socialismo bergamasco, schierandosi nell’area della sinistra lombardiana, alternativa alla maggioranza craxiana e diventando per un biennio segretario provinciale del PSI.
Negli anni Novanta, dopo i cambiamenti degli scenari politici nazionali seguiti alla caduta del Comunismo, il ruolo politico-amministrativo di Giupponi cambiò radicalmente, passando dall’opposizione alla maggioranza: fu quindi vicesindaco e assessore alla Cultura nel Comune di San Giovanni Bianco (dal 1995 al 1999), assessore all’Istruzione nella Giunta provinciale (dal 1990 al 1995) e presidente dell’Assemblea della Comunità Montana.
Parallelamente alla vita pubblica si dedicò alla ricerca storica e all’attività editoriale.
Dopo aver collaborato all’opera Le brigate Garibaldi nella Resistenza, nel 1984 pubblicò il suo primo libro “Da una parte sola” che contiene pagine di diario del periodo della Resistenza e una dozzina di racconti dedicati alla sua esperienza partigiana e di militante socialista.
Le altre sue opere sono: “Un po’ di storia di San Giovanni Bianco e degli ex Comuni di Fuipiano al Brembo, San Gallo e San Pietro d’Orzio” (1987); “La Resistenza in Valle Brembana” (1994), con Tarcisio Bottani e Felice Riceputi; “Valle Brembana due secoli: ‘800 e ‘900” (1997); “I senza nome”. “Storie della Resistenza bergamasca” (2001) con Tarcisio Bottani; “La piccola e la grande storia degli Alpini di San Giovanni Bianco e Camerata Cornello” (2002); “Cognomi e Famiglie delle Valli Brembana e Imagna “(2007). Dopo l’uscita del libro sulla Resistenza brembana, per Giupponi iniziò un lungo periodo di impegno finalizzato alla divulgazione dei valori e degli ideali che furono alla base della sua esperienza partigiana. Nei numerosissimi incontri che aveva con gli studenti della Valle Brembana e della Provincia e con le Associazioni culturali e politiche, portava la sua testimonianza di giovane partigiano e sosteneva con grande passione i valori della democrazia e dell’antifascismo.
Impegno rivolto in particolare alle giovani generazioni, che si può sintetizzare con l’epigrafe da lui dettata per il monumento al partigiano Enrico Rampinelli, medaglia d’oro della Resistenza, eretto per sua iniziativa nei giardini pubblici di San Giovanni Bianco:
“Ferma, bambino,
per un momento
il tuo gioco.
Siedi accanto,
ti racconto la storia
della libertà”.

Da un suo intervento al Comitato provinciale dell’ANPI

Ero il più piccolo membro dell’86.ma Brigata Garibaldi “Issel”. All’epoca ero un giovinetto ed ero soprannominato “Fuì”.
Ricordo molto bene quei tragici anni: lottare contro al regime non era facile. Noi partigiani avevamo a disposizione poche armi, la cui potenza non era nemmeno lontanamente paragonabile a quella degli autoblindo, dei mortai e delle mitragliatrici dei nazifascisti. Alcuni ricordano i partigiani come quelli che scappavano, ma spesso non si poteva fare diversamente: come facevamo a combattere avendo solamente qualche colpo di fucile? L’unico modo era colpire e fuggire, non si poteva fare altrimenti. Inizialmente non era semplice organizzarsi: la lotta partigiana era diversa dalle altre guerre e l’abbiamo sperimentata per primi sulla nostra pelle. La nostra compagna era la paura: vivevamo con il terrore di essere catturati e torturati e, nel caso fossimo stati arrestati, di non sapere che cosa dire ai fascisti o di tradire i propri compagni.
Man mano, poi, siamo riusciti a organizzarci meglio e ad effettuare attacchi più efficaci: le formazioni partigiane nascevano spontaneamente dando vita a gruppi che poi diventavano bande e infine brigate, dandosi una struttura operativa.
Un ruolo importante, insieme ai partigiani, l’hanno avuto le comunità e le persone che li aiutavano, li coprivano e li ospitavano e le donne che facevano da staffetta.
La liberazione dell’Italia ci lascia una grande eredità, la libertà, che è come l’aria: è fondamentale per vivere ma ce ne si rende conto solo quando manca.
In un periodo storico difficile, come quello che stiamo vivendo attualmente, è necessario mantenere alta la guardia: dinanzi a fatti come quelli di Rovetta, di Seriate o di diverse parti d’Italia e d’Europa (manifestazioni di propaganda fascista n.d.r.), vanno ribaditi gli ideali della Resistenza, a cominciare dall’opposizione al regime liberticida e razzista.
Spesso si dice che Benito Mussolini ha fatto belle cose, ma ci si dimentica che ha dichiarato la guerra a 40 stati e che ha varato le leggi razziali, divenendo corresponsabile della morte di 6 milioni di ebrei e di vittime innocenti.

Il 25 Aprile è una festa importante, da non dimenticare. Voglio dedicare questa foto e questo post a “BERGHEM”. E ringraziare lui e tutti i partigiani D’Italia.

BellaCiao

Una mattina mi son svegliato

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

una mattina mi son svegliato

e ho trovato l’invasor.

O partigiano
portami via

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

o partigiano
portami via

che mi sento di morir.

E se io muoio
da partigiano

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

e se io muoio
da partigiano

tu mi devi seppellir

Seppellire
lassù in montagna

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

Seppellire
lassù in montagna

sotto l’ombra di un bel fior

E le genti
che passeranno

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

e le genti
che passeranno

mi diranno che bel fior

Questo è il fiore
del partigiano

O bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao

questo è il fiore
del partigiano

MORTO PER LA LIBERTA’

Dopo un’attesa di 21 giorni, la mia P3 è tornata a casa. Giusto in tempo per il mio compleanno. Ormai posso dire di averla testata a dovere, l’unica cosa che non ho ancora provato come si deve è il video, che su questo piccolo gioiello è fullHD. La prima cosa che devo dire è la buona ergonomia del corpo macchina che, pur essendo un compromesso, regala una buona sensazione, anche grazie all’aggiunta del grip in dotazione. Il display permette di scattare inquadrando accuratamente anche in condizioni di forte luce, grazie all’elevato contrasto e alla spettacolare nitidezza. Anche se io continuo a preferire il mirino, che ci volete fare, io arrivo dal passato e in qualche modo e per certe gestualità ci sono un po’ ancorato. Ma vuoi mettere l’eleganza del gesto di portare la macchina all’occhio rispetto a quello di portarla a una certa distanza dal viso, come se puzzasse, per scattare la foto ? 😀 La seconda cosa che immediatamente uno nota impugnando la P3 e scattando qualche foto è la sorprendente rapidità e precisione dell’autofocus, vale la pena lasciarlo inserito anche in strada. I raw sono dei bei fileOTTI belli pieni corposi e fino a 1600 ISO sono usabilissimi (non so più su, perché non ho ancora avuto modo di provare). La P3 permette di scattare in praticamente ogni situazione, immagini statiche e in movimento, con molta luce e con poca. Il bilanciamento del bianco non è il massimo, soprattutto in condizioni di poca luce e artificiale. Tra i formati tra cui scegliere c’è anche il 6:6 che ti fa rivivere un po’ i tempi andati della vecchia e mitica Hassy (come la chiamano quelli veri).
Hasselblad 500c
Photo Aaron Warten

Simpatici e ben fatti sono gli artfilter, che permettono di inventarsi delle soluzioni interessanti già in fase di ripresa. Gli art filter sono applicabili in tutte le modalità di scatto (priorità di diaframma, manuale, tempi etc) il che permette davvero di dare libero sfogo alla creatività. In verità non li uso proprio tantissimo, ma a volte mi piacciono.

Piazza del Duomo - Milano - ITALY
Topi alati (windged mice)
pink
Sono soddisfatto di questa nuova compagna di viaggio, anche se rimango sempre dell’idea che non è il pennello, ma il manico 😉

Nella mia galleria di flickr ci sono parecchie foto scattate con la PEN P3, ecco il link andrea::tognoli

Dopo aver sognato con i meravigliosi abiti per le future spose, è giusto  fare un breve cenno anche ai “piccoli” co-protagonisti del gran giorno : damigelle e paggi!!!

Si possono trovare abiti ed accessori anche per loro, a partire dai piccolissimi ai quali sono riservati pagliaccetti in taffetà, tulle e shantung di seta (bellissime proposte anche per i battesimi!)

Anna e Rebecca

Anna e Rebecca

Importanti griffe come Pignatelli Junior offrono una vasta scelta di modelli ed accessori ma in alcuni atelier si realizzano anche abitini su misura (www.isabellaspose.it).

 

Per le piccole damigelle si possono realizzare abiti coordinati a quello scelto dalla sposa.

Accessori da Isabella Spose

Accessori da Isabella Spose

Per i maschietti l’abito da cerimonia è il cinque pezzi dello sposo : pantalone, giacca, camicia, gilet con cravatta o farfallino.”

Agli abiti delle damigelle (fortunate loro!!!) si possono abbinare vari accessori : calzature, cappelli, coroncine, borsettine di diversa fattura, coprispalle, fasce di raso ….

Insomma tutto quello che serve per completare il loro abbigliamento e farle diventare delle piccole protagoniste accanto alla sposa!

Di: Barbara Premoli (Wedding Planner)

Abiti: Isabella Spose

Foto andrea::tognoli

…. Vi ho lasciato sognanti tra le nuvole di taffetà?

Ebbene, dopo la magia creata da Isabella, vorrei segnalarvi qualche indicazione pratica… (in fondo è questo lo scopo del blog, giusto? )

Durante la nostra incursione nell’atelier di Isabella (www.isabellaspose.it), abbiamo raccolto qualche indicazione sulle tendenze per la prossima stagione e qualche suggerimento per le nostre spose.

Per quanto riguarda i colori, il prossimo 2012 vedrà un ritorno al bianco ed al burro mentre per quanto concerne i tessuti direi che è bene scegliere qualcosa che si abbini alla personalità, al  carattere della sposa e, non da ultimo, al  tipo di cerimonia.

Taffetà  per le più grintose, decise ed energiche; tulle e pizzo per le romantiche; georgette e mikado per le spose che amano l’essenziale dal gusto pulito e semplice…

E’ per me sempre e comunque entusiasmante conoscere la sposa ed insieme creare il suo stile così come consigliare cosa sia più adatto al suo fisico..

Qualche suggerimento anche sugli accessori per completare l’outfit e una “prova generale” sulla passerella dell’atelier sfilando di fronte a mamma ed amiche… e l’incantesimo è compiuto!”

Abito tulle e fiori

Abito tulle e fiori

Importante e scenografico : un tripudio di volume e colore,morbidissimi strati di tulle mano seta sovrapposti, fiori con petali che sbocciano sul pannello della gonna laboriosamente ricamata a mano con paillettes per illuminarne la maestosità, completata da un corpino steccato con scollo a cuore avvolgente e con intreccio sulla schiena.

Modello consigliato a chi vuole valorizzare il punto vita e nascondere eventualmente le rotondità


Abito pizzo Roberta Lojacono

Il pizzo, materiale dall’appeal sempre attuale, rende ogni abito seducente.

Sapientemente utilizzato in questo modello della stilista ROBERTA LOJACONO che predilige la scelta di colori caldi e luminosi.

Un incantevole abito completamente in pizzo lavorato a balze cucite fra di loro con pronunciato scollo ed incrocio di nastri sulle spalle, che si racchiudono in un romantico fiocco sotto il seno

Bello da vedere ma ancor più bello indossato, il modello infatti valorizza la femminilità e cade decisamente bene

Barbara Premoli di Bianco & Argento

FOTOGRAFIE di andrea:tognoli

MUA: Silvana Pievani

MODEL : Jessica Samarini

Abbiamo parlato dell’importanza di preparare la pelle del viso della nostra sposa; abbiamo ascoltato i consigli preziosi della nostra make up artist per fare in modo che la protagonista della magica giornata di festa sia radiosa e splendente….

Ma, oltre al viso e al sorriso della sposa, un altro protagonista è sotto i riflettori per tutta la giornata!

Pensateci un attimo : lungo, corto, essenziale, romantico, candido o colorato….è l’abito!!

Sicuramente uno dei cardini principali attorno al quale ruota gran parte della scenografia e della personalità del matrimonio; una scelta fondamentale e importantissima per le spose che, attraverso il loro abito, si presentano ad amici e parenti (e al loro sposo!!!) radiose di felicità.

Per questo motivo, l’abito giusto è a lungo cercato e sognato perché rifletta la personalità della sposa e rispecchi la magia di quei momenti unici e speciali.

Si dice che in realtà non sia la sposa che incontra l’abito ma il contrario… un modello, un tessuto, una nuance che magari passava un po’ in secondo piano, indossata si trasforma improvvisamente nel complemento personalissimo e PERFETTO tanto atteso.

“Eccolo! E’ lui!! E’ quello giusto! Grazie per avermelo fatto provare, nonostante non fossi convinta vedendolo sulla gruccia”…. Questo è uno dei commenti che la nostra esperta Isabella, titolare dell’omonimo atelier di Piazza della Vittoria (Lodi) si sente spesso dire delle sue clienti…

Isabella, eclettica e versatile, ci apre le porte del suo magico atelier per farci assaporare un po’ di questa alchimia…

Affacciato su una delle più belle piazze d’Italia, entriamo in punta di piedi in questo misterioso “scrigno” colmo di tesori e poesia : un tripudio di tulle, taffetà, pregiati pizzi, tessuti impalpabili, pietre luminose e scintillanti….

E ancora accessori favolosi : tacchi alti impreziositi da tocchi d’argento, stole e guanti dal sapore antico, pochettes, fermagli, piume e nuvole di leggeri tulle per il velo…

E’ una fiaba, un’atmosfera da sogno! Per qualche ora, è garantito, la sposa è l’unica, indiscussa ed assoluta protagonista!

Isabella ci accoglie con un sorriso e ci racconta la sua esperienza :

“… Mi auguro che le mie collezioni incontrino i desideri di ogni sposa; non mi piace orientare le clienti verso il mio gusto, ma piuttosto aiutarle a trovare il loro.

E’ vero che l’abito viene usato solo una volta ma il suo significato va oltre quel preciso giorno,  quel ricordo e quell’emozione durano per tutta la vita!

Mi impegno a creare e ricercare abiti senza tempo : amo ascoltare le spose quando entrano in atelier e sono un “frullatore” di emozioni, di sogni e informazioni che raccolgono da riviste e siti internet…

E’ stimolante fare ordine nelle loro idee… Vorrebbero provare tutto! Pian piano, insieme, valutiamo e scartiamo e di nuovo riproviamo finchè magicamente… ECCOLO!

Per me è come ascoltare una bellissima musica!

E’ un lavoro? No, è passione e divertimento anche se ci vogliono tanta pazienza e tanta fatica!”

…. I sogni continuano nella prossima puntata! A presto! Barbara

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